– Fatti incomprensibili, se non conoscessimo le meccaniche mentali –

Oggi un piccione si è posato sul davanzale della finestra della mia cucina mentre mangiavo, ed è poi rimasto lì per circa 6 ore senza mai volare via. Sbirciava dentro la finestra e non sembrava per niente spaventato. Infatti, se mi avvicinavo non scappava. È arrivato proprio mentre stavo pensando che trovavo veramente noioso mangiare da sola e mi ha tenuto compagnia. Ogni tanto tornavo per vedere se era ancora lì. E lì stava.

Chiedendomi che cosa potesse significare e quale messaggio volesse darmi, capii a un tratto che era mia mamma, che ha lasciato il suo corpo umano l’anno scorso, che mi era venuta a trovare per dirmi una cosa.

Nei suoi ultimi 15 anni vissuti da single forse pensava anche lei la stessa cosa mentre mangiava, o forse è solo perché in questi giorni sentivo la sua presenza nell’etere, e si è così palesata.

È venuta a dirmi che mi vuole bene; ma non l’ha fatto per scusarsi di un pensiero che non mi aveva detto in vita e per cui aveva rimpianto; non per riscattarsi per quello che lei ha sempre avuto difficoltà a esprimere con le parole, ma per dirmi semplicemente e senza rimprovero, con quell’essenza di verità che tiene dritta una spina dorsale e parla per puro senso di giustizia, che io non l’avevo mai capito.

Oggi lei mi ha fatto capire che lei mi ha voluto bene, come ha voluto bene a tutti i suoi figli, in quantità uguale, per quanto diversi potessimo essere. E oggi io gliel’ho riconosciuto. È vero. Lei mi ha voluto bene. Tutta la vita. Forse ci sono stati momenti in cui non mi sopportava. Del resto ho sempre avuto una personalità difficile da gestire – anche per un genitore non deve essere stato facile. Forse assomigliavo troppo a mio padre, con cui lei ha sempre avuto grossi conflitti.

Ma il punto è che mi ha voluto bene, e le volte che ho creduto che non fosse così era perché la mia mente voleva che interpretassi ogni avvenimento in modo che entrassi in un film predefinito, dove poter motivare e sostenere di non essere voluta bene. In pratica, ho fatto tutto da sola. L’ho fatto con lei, con i miei fratelli, con gli amici, con le persone per me importanti, con i maestri, con i miei colleghi, coi fidanzati. A volte mi rendevo anche detestabile, pur di non farmi amare. Ma lei è rimasta indifferente a tutto quello che la mia mente le propinava e mi ha amata lo stesso.

La tecnica era semplice, anche se inconscia. Individuavo un fatto che potesse essere utilizzato come prova del non essere amata – una diseguaglianza di trattamento, una parola detta storta – e mi concedevo di entrare nel ruolo del cane bastonato, della figlia di seconda classe, della persona che viene mancata di rispetto. Mettevo il broncio, mi offendevo, diventavo polemica, quindi detestabile, e non invogliavo certo gli altri ad amarmi. Non mi rendevo neanche conto che così consumavo tutta la mia energia vitale che sarebbe dovuta servirmi invece ad essere felice, qualsiasi cosa accadesse, anche di fronte ad un’apparente ingiustizia.

Forse alla fine stavo solo replicando mio padre che avevo copiato nel dargli compassione quando lo vedevo solitario. Di fatto anche lui ne faceva, però, per farsi detestare. Forse ho ripetuto il suo modello di atteggiamento. Facevo delle cose irritanti, apposta per non farmi amare. Forse volevo punirmi di qualcosa o forse ero inconsapevolmente in balia di memorie che dovevano fisiologicamente ripetersi, per effetto delle meccaniche mentali.

Ma poi, se veramente non mi amavano, perché prendersela tanto? Io non mi amavo abbastanza? Io non ero abbastanza importante per me stessa che avevo bisogno di tutto questo “amore” dagli altri? Quindi perché dovevo mettere in piedi tutto questo scenario per non farmi amare?

Era ovvio che c’era dell’altro e mi stavo punendo.

Le punizioni si tramandano di vita in vita, dalle profondità più remote delle proprie genesi, e ho trovato molte vite, anche antiche, in cui i miei errori potevano aver creato questo tipo di punizione, proprio per non aver amato e aver pensato solo a ritorni egoistici per me e la mia affermazione. Erano vite guidate dall’ego, da cui ancora non sono immune. Ma ho trovato un episodio molto particolare che li ha collegati tutti e che servirà da esempio per capire.

Avevo una zia, che non è un caso fosse proprio la sorella maggiore di mia mamma, che aveva una spiccata preferenza per mia sorella maggiore, e la portava spesso in vacanza con lei. Era oggettivamente riscontrabile e tutti ne erano consapevoli. Io avevo anche compreso, in un momento di visione, che lo faceva per evitare a mia sorella la sofferenza che aveva provato lei quando era nata sua sorella minore, cioè mia mamma. La stava proteggendo da un possibile dolore che poteva vivere per il mio arrivo. Ma non usai questa visione per comprenderla, la usai invece per soffrire.

Mia zia se ne andò portata via da un tumore all’età di 49 anni, ma prima di lasciare il corpo, in una delle tante visite che le feci, mi disse che mi voleva bene. Si era accorta, come quando ci si osserva voltandosi indietro per l’ultima volta, del mio dispiacere per aver vissuto l’esclusione dal suo affetto e voleva rimediare. Allora ventenne non dissi niente, e non compresi. Pensai che era facile dirlo ora e scossi semplicemente il capo come per dire: non è vero, non ti credo. Ne fu addolorata.

Il paradosso era l’aver passato la vita aspettando il suo amore e ora che arrivava lo rifiutavo. Il non volerle credere, nel momento in cui lei aveva compreso di avermi ferito, era una stupida ripicca per avermi fatto soffrire che non poteva dare nessun frutto ma poteva solo creare altra sofferenza, a me e a lei. Non perdonandola, non accettando quell’altissimo gesto d’amore, io mi sono preclusa all’amore e ho indirizzato contro me stessa la punizione che si è data lei per aver visto di aver sbagliato. Non accettare l’amore di una coscienza che si sta evolvendo con una sua comprensione e presa di consapevolezza è un peccato capitale. E non ho poi potuto fare altro che ritenermi meritevole di essere punita proprio sull’amore che ho rifiutato. Quindi la condanna da me sancita era che non dovevo più ricevere amore, e questa astinenza me la sono creata con le mie stesse mani.

Quella sua parte di coscienza piena di comprensione e di amore che si voleva riscattare con me, non avendo ottenuto la mia accettazione e il mio perdono, si trasformò in un’anima in pena, un’entità che poteva nutrirsi solo di dolore, dispiacere, rimpianti, malinconia e che si creò come punizione, per la sua prossima vita, di soffrire per non essere amata come lei aveva fatto soffrire me.

Quando la zia lasciò il corpo, quella parte di coscienza trasformatasi in anima in pena, si unì all’entità che l’aveva creata, per vivere la sua vita futura ed espiare la sua punizione. E quella vita è la mia, perché l’entità creatrice di quell’anima in pena sono stata io con il rifiuto del suo amore. E quando soffro per presunta assenza d’affetto non faccio altro che nutrire questa entità.

E io, che volevo essere amata da tutti, alla fine come ho amato? Forse avevo la stessa difficoltà di mia madre nell’esprimere quell’amore che oggi mi è venuta a raccontare e ricordare. Non amavo perché non accettavo, non comprendevo, non rispettavo, non mi mettevo nel punto di vista degli altri, criticavo, facevo paragoni con tutte le persone della mia famiglia e quelle al di fuori di essa. Mi sono resa arida per non essere amata, ma così avevo compiuto la mia punizione, quella che io avevo fatto maturare in mia zia.

Mi sono anche chiesta cosa aveva potuto creare la matrice su cui ho costruito la mia drammatizzazione di non sentirmi amata, ancor prima che mia zia si ammalasse e poi morisse, e ho trovato le memorie della bisnonna; nonna proprio di mia zia e mia mamma, che anche lei non aveva capito che era stata amata. Trasferita in età infantile alle cure di una zia che non aveva figli, perché la madre si era ammalata di un male incurabile, non capì mai che era stato fatto per il suo bene e per l’amore che la madre aveva per lei. Visse col dolore di non essere stata amata e di essere stata esclusa dalla sua famiglia di origine.

Forse era proprio la bisnonna dentro di me che ha trovato il modo per stare con mia mamma mentre la zia portava in vacanza mia sorella. Cercava, attraverso di me, di non perdere ancora la sua famiglia di origine. Avrei potuto interpretarlo così invece di scegliere la via della sofferenza.

Le meccaniche mentali, che hanno la proprietà di ripetere sempre i loro contenuti emozionali, hanno impedito a tre generazioni – e chissà quante altre ancora prima – di non comprendere l’amore che veniva loro dato, solo perché la mente proponeva loro i suoi contenuti in archivio come esperienze da dover obbligatoriamente interpretare e vivere in quel modo negativo.

Io sono la vita futura di tutte loro. Porto avanti le loro punizioni e il loro karma insieme ai miei. Comprendendo di essere stata amata, faccio sentire amate tutte loro e rendo il loro amore compreso, accettato e ricambiato. Vitale.

Forse nel piccione, oltre a mia mamma che mi diceva che mi voleva bene, c’era anche mia zia che me lo ripeteva per la seconda volta per avere una seconda chance, e per dirmi al contempo di non punirmi, né in vece sua, né per scelta mia. Sono venute per dirmi che punirsi non serve a nulla se non a nutrire sofferenza e anime in pena, e che l’essenza dell’amore può sanare secoli e generazioni di dolore.

E capisco ora, che se amiamo noi stessi nell’integrità della nostra essenza divina, non abbiamo bisogno di ricevere amore dagli altri per essere felici e vivere nella gioia. Amare se stessi, rifiutando di cadere nei tranelli labirintici delle meccaniche mentali, ti apre spontaneamente un canale d’amore verso gli altri che ti fa comprendere che l’unico modo di ricevere amore è darlo. Non aspettarselo. E su quel canale potrà essere trasportata solo frequenza di amore anche dagli altri verso di te.

Sii gentile. Ama. E non avrai più carenze d’amore.

Simona Valesi

Simona Valesi

Direttore Responsabile di OlisticNews. Giornalista pubblicista, milanese di nascita e californiana d’adozione, ha scritto per diverse testate italiane e statunitensi. Decisa a opporsi all’informazione denigratoria sensazionalista, volutamente...

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