Negli ultimi anni, in ambito spirituale, è possibile assistere a un fenomeno completamente nuovo: alla grande facilità con cui si può percorrere una via spirituale, si accompagna il proliferare di “maestri” e “guru” formatisi in poche settimane nelle più svariate scuole o ashram del mondo. Una sorta di collettivizzazione della maestria. Su questa situazione particolare va posta molta attenzione perché tende a svilire, e mettere in cattiva luce, ciò che c’è di buono in una sincera aspirazione spirituale. Questo fenomeno, inoltre, accresce gli ostacoli psicologici che si frappongono alla realizzazione di mete interiori elevate, poiché vi è una scarsa consapevolezza di sé e una altrettanta scarsa preparazione. L’ambito della spiritualità non si presta alla superficialità e al pressapochismo, perché chiede di mettere in gioco scelte e cambiamenti che possono incidere profondamente nella vita di una persona. È assolutamente necessario comprendere che, se si affronta un percorso spirituale con superficialità e senza superare preventivamente le relative “nevrosi”, prima o poi, nel progredire su un diverso piano di conoscenza, emergeranno problematiche psicologiche del tutto nuove quando ci avvicineremo ad aspetti poco conosciuti della nostra psiche.

È necessario, quindi, avanzare con cautela e soprattutto con consapevolezza perché è sempre valido il principio, ribadito da tutte le tradizioni, che l’elevazione spirituale senza conoscenza di sé è una pura illusione.

  • In un precedente articolo, ho già parlato delle motivazioni positive che spingono verso una via spirituale ma qui mi voglio concentrare su alcune delle più comuni modalità psicologiche che possono ostacolare il percorso. Il seguente elenco non ha l’ambizione di essere esaustivo ma viene offerto solo come strumento di riflessione e autocritica.
  • Trattare la spiritualità come un “fast-food”. Immersi ormai in una cultura che celebra la velocità
    e la gratificazione istantanea, cresce l’illusione che traguardi positivi e duraturi di un percorso spirituale si possono ottenere in poche settimane o mesi.
  • La finta spiritualità che consiste nella tendenza a parlare, vestirsi e comportarsi come immaginiamo farebbe una persona spirituale.
  • Motivazioni confuse. Spesso non ci si interroga veramente da dove proviene la spinta ad intraprendere una via spirituale. Quanto giocano motivazioni psicologiche come il desiderio di essere amati, di appartenere a un gruppo, di riempire il nostro vuoto interiore? O la speranza che il cammino spirituale elimini la nostra sofferenza?
  • Identificarsi con le esperienze spirituali, e considerarle come esclusive, generando così la convinzione di essere già saggi e illuminati.
  • Sindrome del gruppo chiuso o malattia degli ashram. È la tendenza a creare forme di dipendenza tra i membri che seguono lo stesso percorso e si caratterizza in modo più o meno consapevole nel definire come bisogna vestirsi, come comportarsi e come pensare. Chi in genere si discosta dalla mentalità del gruppo viene colpevolizzato e rifiutato.
  • Il complesso degli Eletti. Consiste nella convinzione che la pratica della “mia scuola” o del “mio guru” è la migliore tra tutte, e questo esenta dal migliorarsi e dall’aprirsi a nuove esperienze.
  • Cadere nella trappola della rivalità e aspirare al riconoscimento del proprio avanzamento da parte degli altri o del “maestro”.
  • La malattia del pettegolezzo che, dando spazio e importanza alle chiacchere e alle mormorazioni, produce un clima avvelenato e ostile.

Concludendo, se da una parte una via spirituale può aiutarci a realizzare aspetti elevati del nostro essere, dobbiamo anche capire che non può sempre aiutarci ad affrontare e risolvere problemi psicologici ben radicati nella personalità. Inoltre, come si diceva, è difficile trovare “maestri” che hanno l’esperienza e le qualità umane adeguate a sostenere il praticante nei suoi processi di cambiamento… Ecco perché può essere utile associare, alle pratiche spirituali, un lavoro psicologico, per meglio integrare la nostra più profonda natura psichica e spirituale.

 

Elio Occhipinti
Articolo tratto da Vivere lo Yoga

Redazione

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Gabriella Origano

Direttore Editoriale di OlisticNews e giornalista iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, con una lunga esperienza nel campo delle Digital Graphic Arts per prestigiosi editori e aziende internazionali. La sua passione per la salute e il benessere naturale nasce dallo studio delle discipline olistiche, che la spingono a lasciare il suo lavoro per seguire la sua vera vocazione. Diventa co-fondatrice e redattrice di OlisticMap, dove seleziona contenuti informativi e scrive per diverse riviste del settore.

Appassionata di yoga, lo integra nel suo stile di vita e collabora attivamente all’organizzazione di Yogafestival. Nel tempo, approfondisce insegnamenti di filosofia e vita, sviluppando un forte impegno a diffondere informazioni per la tutela e l’evoluzione dell’uomo, con l’obiettivo di contribuire a un mondo più consapevole, attraverso la propria testata editoriale.