Julia Butterfly Hill, con la sua determinazione e il suo non scendere a compromessi, né con se stessa né con gli altri, regala due anni della sua vita vivendo in cima ad un albero e salva, oltre a secoli di passato, millenni di futuro.

Di aspetto sereno e pacato, decisamente pacifico e con lineamenti molto femminili, Julia Butterfly Hill, quarantaquattrenne, la ragazza conosciuta al mondo per aver vissuto per due anni su una sequoia, non può in nessun modo nascondere un’evidente tempra ferrea da guerriero. Lo vedi nelle convinzioni delle sue idee, nella chiarezza dei suoi pensieri, nella prontezza delle risposte. Non c’è niente che la faccia vacillare. Nessuna domanda che la metta in crisi. I suoi dubbi più grossi se li è risolti a sessanta metri da terra, nei momenti più difficili passati su Luna, la sequoia millenaria che ha salvato dalla deforestazione e per cui è diventata un simbolo dell’attivismo ambientale. Nessun altro maestro umano avrebbe potuto far meglio nell’insegnarle l’arte della fermezza. E, come Luna, dopo l’esperienza in simbiosi che ha avvicinato in modo imprescindibile le due specie viventi, Julia esprime radici profonde.

Ogni passo della sua vita è stata una continua evoluzione verso la coerenza di un’esistenza ambientalista e pacifica. Diventa vegetariana a quattordici anni, a ventidue è vegana, e da anni mangia prevalentemente verdure e cereali crudi di provenienza locale, per sostenere i piccoli agricoltori e non influire sull’inquinamento del pianeta coi trasporti a lunga distanza.

Il tuo soprannome Butterfly è dovuto alla tua vita sull’albero?

No, durante una camminata in montagna da piccola con i miei genitori, ero molto triste perché avevo appena ricevuto un rimprovero. Camminavo di fronte agli altri piangendo senza parlare con nessuno e una farfalla si è posata su di me ed è stata con me per ore, fino a che sono arrivata a casa. Avevo sette anni e mezzo e sono rimasta Butterfly da quel giorno.

Cosa ti ha portato su Luna e perché hai scelto proprio le sequoie?

Le sequoie sono gli esseri viventi tra i più antichi della Terra. Alcuni raggiungono l’età di 3000 anni e sono degli alberi veramente enormi. Il loro legno rosso è usato molto per gli arredi esterni perché è bello esteticamente e non si deforma neanche se esposto alle intemperie, ed è adatto per le costruzioni perché è molto resistente anche al fuoco. Questo ne ha fatto un prodotto di mercato molto ambito che ha portato alla distruzione del 97% delle foreste della California. E continuano ancora a tagliarne, perché solo la metà di questo 3% rimasto, è protetta.

Sono arrivata alla Lost Coast, nel nord della California, durante un viaggio con degli amici. Il mio primo incontro con le sequoie è stato emotivo: sono stata investita come da un’onda d’energia prorompente che questi giganti emanavano mentre si ergevano primordiali ed eterni. Tra me e le sequoie c’è stato da subito un grande feeling.

E così sei salita su Luna?

E’ successo perché nella contea di Humboldt era in corso un’occupazione di alberi per protestare contro il disboscamento selvaggio che aveva causato una frana e aveva distrutto otto case, lasciando le corrispettive famiglie senza tetto. Il continuo disboscamento attuato nel periodo estivo avrebbe causato un’ulteriore smottamento durante le piogge invernali che avrebbe distrutto il resto della cittadina. Per questo siamo saliti sugli alberi. Nell’ottobre del 1997, il movimento Earth First (Prima la Terra), si era organizzato con alcuni attivisti per salire sugli alberi e impedire che li tagliassero. Avevano approfittato di una notte di luna piena per costruire la piattaforma su cui stazionare ed è per questo che l’hanno chiamata Luna. Si facevano turni. Ognuno saliva per un po’ di giorni e poi qualcun altro gli dava il cambio.

Sapevi fin dall’inizio di dover rimanere così a lungo?

All’inizio pensavo che ci sarebbero volute da tre settimane a un mese per ottenere qualcosa, che già sembrava un tempo lunghissimo. Mai mi sarei aspettata di dover stare e di poter resistere così a lungo.

Ma per le basi dei miei studi, che erano orientati al business, analizzavo tutto, anche l’attivismo, attraverso un concetto base: come ottenere il massimo dal più piccolo investimento. E in quell’attività c’era un sacco di lavoro, e nessuno ne sapeva niente. Solo i giornali locali ne parlavano ma nessuno nella nazione era consapevole di cosa stesse succedendo e secondo il mio punto di vista quello non era attivismo efficace. Ci doveva essere un modo diverso di far sapere le cose, perché i ragazzi lì rischiavano la loro vita, e rischiare la vita per una causa è un grosso investimento!

Allora pensai che se fossi stata più a lungo sarebbe servito a farlo sapere a più gente, e decisi di stare sull’albero per 3-4 settimane. Alla fine ci volle molto di più.

Quali sono stati i tuoi momenti più difficili?

Hanno provato di tutto per farmi scendere: con le minacce, gli attacchi e bloccando i miei rifornimenti di cibo. Ci hanno provato anche avvicinandosi pericolosamente con gli elicotteri. Lo spostamento d’aria creato delle pale sposta un vento più forte di un uragano, supera i 300 Km/h. Ho vissuto momenti di vero terrore. In quei momenti ho pregato molto.

Cosa ha risvegliato alla fine l’interesse mediatico?

Il mio compleanno. Dopo tre mesi e mezzo che ero su Luna, una rivista femminile ha parlato della ragazza che festeggiava il suo compleanno su un albero, e questo ha suscitato un interesse che ha fatto girare la notizia in tutti gli Stati Uniti. Questo ha dato il via ad un’organizzazione molto più efficace, con il supporto che avevo da terra, di un vero e proprio ufficio di comunicazione dove parlavo con il cellulare alle varie testate e coordinavo visite per le interviste. E non facevo questo per me, non mi preoccupavo che si sapesse di me, volevo solo che le persone fossero informate. In ogni momento di ogni giorno pensavo a quale fosse la cosa giusta da fare. E vedo il mio attivismo come qualcosa che va oltre il punto di rottura dove gli altri agiscono fino a che si sentono comodi. In questo mi aiuta lo yoga. Devi allungarti fino al punto in cui non è più comodo, e credo i muscoli della nostra mente e del nostro cuore funzionino alla stessa maniera. E non sappiamo mai cosa riusciremo ad ottenere. Infatti il mio attivismo non è orientato ad un risultato, credo semplicemente che sia giusto farlo.

A quali altri progetti stai lavorando?

Con la mia associazione Circle of Life (www.circleoflife.org) organizziamo eventi e tour informativi e aiutiamo le associazioni e i movimenti a fare comunicazione efficace per farsi conoscere e far conoscere le loro attività e azioni. Li aiutiamo a raggiungere la gente comune parlando il loro linguaggio e in modo costruttivo, perché il nostro obiettivo è che sia invogliata e incuriosita a partecipare agli eventi e ad informarsi.

Abbiamo acquistato un bus e lo abbiamo trasformato in un modello di cultura ecologista, che dimostra come uno stile sostenibile e rispettoso della Terra sia possibile. Funziona con olio vegetale riciclabile al 100%, come del resto tutti i motori diesel potrebbero. Rudolf Diesel, quando inventò il suo motore, l’aveva ideato pensando ai contadini, a come renderli indipendenti senza che fossero lasciati fuori dall’avvento dell’industrializzazione. Doveva essere un motore forte per macchinari agricoli e che funzionasse con colture che i contadini potessero coltivare, dando loro maggior sostenibilità oltre a quella del cibo. Infatti, il primo motore Diesel ha funzionato con olio di arachidi, e noi andiamo in giro dai contadini a spiegare queste cose: che è stata l’industrializzazione, con gli interessi economici correlati, che ha divulgato l’informazione che i motori diesel venissero alimentati solo con prodotti derivati del petrolio, che poi sono molto tossici.

Il nostro bus, non solo funziona ad olio, ma ha pannelli solari sul tetto che forniscono elettricità per luce e computer, frigorifero ad alta efficienza. Tutto ciò che viene utilizzato all’interno è riciclabile ed è rifinito con dettagli di altissima qualità ed estetica, anche se ottenuti da materiali riciclati e riciclabili, perché non vogliamo che le persone comuni pensino che siamo i soliti rivoluzionari trasandati.

Quando vedono un bus così bello lo vogliono tutti. Costa molto poco, tutti se lo possono permettere, e noi intanto abbiamo ottenuto che si contribuisca a una migliore società. Quindi organizziamo eventi molto professionali per far conoscere tutte le associazioni. Circle of Life è diventata un punto di riferimento e facciamo lavoro di mediazione indirizzando le persone che vogliono essere coinvolte in qualche attività verso il tipo di associazione che soddisfi i loro orientamenti. Ci sono già abbastanza associazioni impegnate nei diversi temi, noi cerchiamo di unirle e farle lavorare insieme. Il nostro scopo è coinvolgere il più persone possibile. 

Cos’è il Cafè Gratitude?

E’ un ristorante vegano, perché credo che non si possa essere ambientalisti senza essere vegetariani, ma di alta qualità, perché il termine vegano venga finalmente associato a qualcosa di gustoso, attraente, irresistibile e sexy. I nomi dei piatti e delle bevande non illustrano i cibi ma uno spirito di apprezzamento e positività che desideriamo contagi gli ospiti. Nel menù si trovano bevande come: «Sono ringiovanito», «Sono effervescente» e piatti come: «Sono energetico», «Sono amato», «Sono coraggioso», senza far mancare «Sono solo caffè». Sono aperti a Los Angeles, San Diego, Beverly Hills, Venice and Newport Beach, ma abbiamo richieste anche altrove. Noi non facciamo niente da soli se la gente non è coinvolta, quindi abbiamo detto che, se lo volevano, dovevano contribuire ad aprirlo diventando soci in affari per la percentuale che donavano. E credo che si farà.

E quante persone siete a portare avanti tutte queste iniziative?

Tre.

Se potessi scegliere, che buona notizia ti piacerebbe leggere su un giornale?

Mi piacerebbe leggere di quello che chiamo lo specchio interiore. Uno specchio che ti permetta di vedere ciò che altrimenti nessuno conoscerebbe. Viviamo a stretto contatto con migliaia di persone, che salutiamo ogni giorno e che non conosciamo, e poi moriamo. Immagina invece se ognuno pensasse di fare qualcosa che possa far felice se stesso e qualcun altro. Potremmo fare della nostra comunità un posto migliore in cui vivere. Ogni giorno io mi guardo in giro per cercare ispirazione per fare qualcosa di nuovo e di costruttivo che mi possa rendere felice e rendere felici gli altri. Credo che non sia importante tanto cambiare ciò che è sbagliato, ma celebrare ciò che è giusto, ciò che è positivo, come fai tu con la tua testata. Può essere una cosa naturale. La gente può sorridere, per esempio. Molti dicono che non possono fare niente. Ma io dico che uno può anche andare in un parcheggio e piantare una pianta anche solo per il piacere di farlo, senza una ragione precisa, e già quello sarebbe qualcosa. Costruire una comunità piena di gioia è più che qualcosa. Tutto è possibile. Infatti, credo che quando le persone sono più felici consumano di meno e sostengono meno questa economia malata. I media sono al 90% pieni di messaggi per farti acquistare qualcosa per essere più felici. Io vorrei vedere nei giornali più contenuti e meno pubblicità, messaggi che parlino di essere contenti di quello che si è e non di quello che si ha.

Detto da lei, che ha dimostrato fin troppo bene come anche una persona da sola può fare molto, fa comprendere come la sociètà odierna del commercio e dello smercio dei valori, giri solo sul denaro perché siamo noi, con la nostra pigrizia e sacrificando il nostro agire con coscienza, ad alimentarla con le nostre scelte e preferenze.

Thank you, Julia!!

 

Simona Valesi

 

 

Simona Valesi

Direttore Responsabile di OlisticNews. Giornalista pubblicista, milanese di nascita e californiana d’adozione, ha scritto per diverse testate italiane e statunitensi. Decisa a opporsi all’informazione scandalistica, volutamente polemica e tragica...