La non dualità è un argomento strano. Riguarda la natura ultima della realtà ed è dunque al tempo stesso l’argomento più astratto e quello più concreto possibile. Il più astratto perché tratta dell’assoluto, che, per definizione, è inattingibile dalla nostra mente, ma, poiché la realtà è, di fatto, tutto ciò che esiste, esso è anche l’argomento più concreto di cui ci possiamo occupare, riguardando ogni aspetto della nostra vita, e non solo.

La visione non-dualistica definisce la realtà come unica, esiste cioè una sola realtà, e definisce la sua manifestazione come unitaria, cioè che non produce alcuna separazione al suo interno. In sintesi, la realtà è un unico sistema, del quale fa parte tutto ciò che esiste, e nel quale non vi è soluzione di continuità, essendo tutto interconnesso.

Fino a qui, la mente sembra digerire senza troppe resistenze questi due principi fondamentali, tutto sommato semplici nella loro enunciazione, ma le cose si complicano quando consideriamo le loro implicazioni rispetto al nostro ruolo all’interno della realtà stessa.
Per quanto universale sia la nostra idea dell’esistenza, infatti, resta per noi il problema di conciliare la nostra esperienza soggettiva della realtà, quella che chiamiamo la “nostra vita”, con l’esistenza di un unico ente che comprende, e dunque mette insieme, cose che abbiamo sempre considerato invece come diverse e separate.

Proprio di recente alcuni scienziati sono arrivati ad affermare che la realtà non è oggettiva ma soggettiva. Un concetto non nuovissimo, giacché lo troviamo anche nei testi sapienziali indiani di alcuni millenni fa, quando descrivono l’esempio del viandante che proietta, anzi, superimpone come si legge nei testi dell’Advaita, l’immagine del serpente su una corda arrotolata per terra e dalla quale scappa impaurito, assolutamente convinto dell’oggettività della sua esperienza.

Secondo quest’interpretazione, la realtà esisterebbe dunque solo come proiezione della nostra mente su un unico substrato di energia, ma tale conclusione è facilmente contestabile. La realtà esisteva prima che evolvesse l’essere umano, esisterà dopo la scomparsa dell’ultimo essere umano ed esiste anche dove l’essere umano non è presente. Dunque, smettiamo di metterci al centro dell’universo, come si faceva prima di Galileo, e abbandoniamo la prospettiva antropocentrica che sembra caratterizzare ogni ricerca e ogni ragionamento, altrimenti difficilmente riusciremo a cogliere, anche solo idealmente, l’essenza di qualcosa che supera ogni definizione e, tanto più, ogni misurazione: l’uno assoluto e universale.

Questo ente, chiamato nelle varie tradizioni, uno, tutto, universo, Brahman, Dio, o, più semplicemente, realtà, è sempre esistito, poiché qualcosa non può nascere dal nulla, ed esisterà per sempre, poiché, qualcosa non può semplicemente “sparire” nel nulla, tutt’al più potrà trasformarsi, mantenendo comunque la propria natura. La sua forma coincide infatti con la sua manifestazione, che è in perenne mutamento, almeno in questa fase di espansione, e la sua caratteristica o qualità principale è pertanto la diversificazione. Questo ultimo è un concetto molto importante perché ci riguarda da vicino.

Idealmente, la manifestazione della realtà è tanto più “ricca” quanto più è diversificata, per cui potremmo stabilire i seguenti principi: due sono meglio di uno, e due diversi sono meglio di due uguali. Affinché questi principi possano trovare una concreta espressione, non possono bastare le cosiddette “leggi universali” che, quando applicate alla manifestazione della realtà, producono una sua costante ripetitività, come può essere, ad esempio, l’attrazione gravitazionale subita da un qualunque corpo, ovunque nell’universo.

Per aumentare al massimo le possibilità di diversificare la manifestazione della realtà servono dunque “variabili indipendenti”. Ebbene, ogni essere vivente può essere considerato proprio come una variabile indipendente nella grande equazione della manifestazione della realtà. All’interno dell’unico sistema di cui tutto e tutti siamo parte, ogni essere vivente si rapporta infatti con “il resto” del sistema in modo diverso, agendo e reagendo in modo differente, e, soprattutto, facendone una diversa esperienza. Proprio l’esperienza che ciascun essere vivente fa della realtà è, di fatto, un diverso processo di manifestazione della realtà stessa e costituisce dunque una forma della sua diversificazione, arricchendola. Per rendere questo concetto con un’immagine, rappresentiamo ogni esperienza individuale con un colore diverso. Non vi possono essere due colori assolutamente uguali, così come non vi possono essere due esperienze assolutamente uguali, nemmeno per lo stesso soggetto (ricordiamo il famoso principio di Eraclito per cui “non è possibile bagnarsi due volte nello stesso fiume”). Ne deriva che, mancando anche solo un colore, la diversificazione della realtà si riduce e non si arricchisce di certo, e ogni esperienza, nella sua unicità, ha pertanto un intrinseco, unico e prezioso valore, ai fini della manifestazione della realtà.

Immaginiamo infine l’inizio della manifestazione della realtà come la trasformazione dell’originaria luce bianca in un’infinita gamma di frequenze (e colori) che in questa fase di espansione (uni-verso) trova il proprio senso proprio nella diversificazione, alla quale stiamo contribuendo.
Questo meta-processo, probabilmente, a un certo punto invertirà la propria direzione per riunire tutte queste frequenze in quella primordiale, unica, assoluta ed eterna, chiudendo un ciclo di manifestazione. Probabilmente.
Questa è, in estrema sintesi, la visione non-dualistica della realtà. Una visione che, se applicata alla nostra esperienza esistenziale, alla fine ci dona una grande libertà, ma anche una grande responsabilità, quella del colore che in ogni istante contribuiamo a generare attraverso la nostra personale esperienza. Comunque sia, è un colore che arricchisce la manifestazione della realtà, tanto più quanto più è diverso da tutti gli altri.

Eugenio Vignali – www.one-self.it