I nuovi sciamani e le loro pratiche stanno spopolando nel mondo occidentale. La banalizzazione che ne deriva è evidente. in queste pagine l’autrice non valuta il contesto in cui si sono sviluppate certe pratiche sacre, ma come queste pratiche siano state banalizzate in nome di una bulimia esterofilospirituale.

Da un punto di vista antropologico l’ambito culturale è fondamentale per analizzare i fenomeni: trasportare una pratica curativa, un rituale, in un altro contesto culturale tende a banalizzarlo e privarlo della propria autorità, perché inevitabilmente quella pratica antichissima viene svuotata e/o alleggerita, quindi trasformata per essere compresa nel contesto culturale che la ospita.

Stiamo vivendo in un’epoca piena di contrasti, come pecore senza difesa ci aggiriamo in un mondo di lupi travestiti da maestri-profeti che spendono il loro sapere di superficie per attirare adepti o semplici simpatizzanti nel mirabolante mondo delle discipline o semplicemente delle suggestioni legate al mondo del sacro. Camminiamo verso la nuova era, l’era dell’acquario, periodo spirituale del presunto risveglio dell’umanità sopita. Le previsioni che raccontano del suo avvento stanno, dagli anni sessanta, stimolando un sempre maggior numero di individui a cercare-ricercare un senso “altro” e più significativo dell’esistenza terrena. Il razionalismo-empirico ha ceduto il passo alla visione olistica dell’uomo, non più oggetto d’indagine settoriale, come ad esempio nel campo medico, ma creatura al centro di un universo fatto di corrispondenze e collegamenti, un microcosmo nel macrocosmo, sapientemente guidato da un’energia luminosa che collega il piccolo con il grande e con l’infinito.

Ma questa che stiamo vivendo non è solo l’epoca di un risveglio spirituale, dove la consapevolezza di una antichissima sapienza sta riemergendo, quest’era è anche l’epoca nera di Kali: il Kaliyuga, secondo il computo del tempo induista. Quindi un tempo dalle mille luci, ma anche dalle mille ombre.

La mistificazione è più che mai celata dietro una facciata lucente. È l’aspetto luciferino, cui l’uomo deve prestare attenzione e discernere tra ciò che è bene e ciò che è male. Quest’avvertimento è presente in quasi tutte le tradizioni sapienziali, come vedremo. Il massimo “peccato” (il termine qui è svuotato del suo concetto meramente moralistico) non è l’infrazione delle leggi umane, ma l’infrazione delle leggi spirituali. Credersi simile all’altissimo, al demiurgo, comporta la caduta. Fingersi un maestro, non avendo conquistato la purezza spirituale e di intenti, porta alla distruzione dell’anima. Così avvenne per Lucifero, nella tradizione ebraico-cristiana, colpevole di voler sovvertire l’ordine divino.

Così avviene per quegli uomini che, arrivati all’apice del cammino di coscienza, non superano la prova più difficile, quella col proprio ego inferiore.

È in quel momento di passaggio che si compie la trasmutazione dell’essere, davanti al Guardiano della Soglia. È in quel luogo non-luogo che l’iniziato si mette a nudo, urtando il temibile sorvegliante. In ogni tradizione sapienziale c’è un momento in cui lo si incontra. Ma chi è il Guardiano, e perché sosta davanti a una porta invisibile? È lì perché rappresenta una prova, la più dura e difficile da superare. La stessa che Gesù vinse nel deserto. L’iniziato deve sconfiggere il proprio lato oscuro, la propria natura inferiore, il proprio orgoglio, la vanità, la superbia vanagloriosa del suo sapere, così sarà salvo. Ma solo affrontando questa morte simbolica, riuscirà a vincere se stesso. Questa è la grande prova che deve portare a termine, dopo aver aperto il Libro dei misteri sapienziali. È lì, in quella zona di confine, che tutto si decide, è lì che rimangono imbrigliati uomini di conoscenza o semplici cercatori spirituali, che nella maggior parte dei casi non giungono neanche di fronte al Guardiano le cui rappresentazioni mitico-simboliche ed ermetiche sono innumerevoli.

Secondo C. G. Jung, l’ombra è la prima raffigurazione archetipica che si incontra lungo il cammino della via interiore. Lavorare su di essa “apre” alla trasformazione totale. Questo percorso è descritto metaforicamente in molti miti, elaborazioni fantastiche per molti, preziosi strumenti sapienziali per altri. Gli eroi, le divinità, devono attraversare l’oltretomba e/o il viaggio simbolico, ed incontrarlo: per farlo si spogliano dei loro averi terreni,

che altro non sono se non le resistenze inconsce ad attraversare e sconfiggere l’ego inferiore. Perché i sentieri sono innumerevoli, e le vie giuste sono difficili da scorgere. Mille percorsi invece sono intrapresi da uomini “mascherati” con abiti di luce e sapienza. Sono i falsi profeti, i nuovi rappresentanti di un movimento globale che senza discernimento approccia le dottrine spirituali senza conoscerne le regole. Le scorciatoie sono vie lastricate di premi in soldi e applausi glorificanti. Che vi sia il dolo oppure no. Ma ormai anche nella superficialità con cui ci si approccia a certe tecniche olistiche, la mancanza di consapevolezza involontaria è dolosa. Movimenti e pseudo movimenti salvifici, tecniche di illuminazione veloce, guru che con l’imposizione delle mani ti trasportano a livelli di conoscenza superiore ecc … È questo che ho incontrato in anni di ricerca sul campo, e uno dei fenomeni più pericolosi in cui mi sono imbattuta è il diksha. Questo “dono”, come lo chiamano i partecipanti e/o risvegliati, “si manifestò” in India verso la fine degli anni ’80 grazie a due maestri spirituali, incarnatisi, sempre secondo le persone che fanno parte di questo “movimento spirituale”, con il chiaro intento di aiutare il genere umano a risvegliarsi.

di Valentina Ferranti

Per approfondire continua la lettura dell’articolo qui: http://www.eternoulisse.it/dimensione_umana/falsi_profeti_bulimia_spirituale_genera_inganno.html

 

 

 

 

 

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