I media da sempre hanno incentivato il canone di bellezza perfetta innescando un senso di inadeguatezza nelle persone. In certi periodi della nostra vita e con il passare degli anni, l’invecchiamento diventa un ossessione che abbassa il livello di autostima innescando in uomini e donne un senso di inadeguatezza. E così aumentano sempre più le richieste di “ritocchini”  per migliorare il proprio aspetto, ma la chirurgia estetetica non si limita agli  over 60,  dati più recenti rilevano la crescente richiesta di interventi estetici anche da parte dei giovanissimi.

Perchè questa maggiore diffusione della medicina estetica, quali sono gli aspetti psicologici e le motivazioni più profonde della scelta di sottoporsi a un intervento chirurgico estetico? Ne parliamo con la Dott.ssa Marisa Nigri psicoterapeuta.

– “Nell’animo di ognuno di noi sono presenti tutte le istanze umane, sia positive che negative. Le caratteristiche di fenomeni che sono considerati patologia diventano tali solo se occupano gran parte dello spazio psicologico, ma sono “normali”se marginali.
Perciò in tutti sono presenti insicurezze e quindi istanze narcisistiche che non ci permettono di essere indifferenti rispetto alla nostra immagine. In più esistono le pressioni sociali e culturali che consolidano la desiderabilità di certe caratteristiche, nostre o dei nostri cari. E, comunque, sentirsi più gradevoli nell’aspetto, aiuta ad affrontare le difficoltà della vita.
Perciò, per tradizione, l’attenzione al proprio aspetto è stata, nel passato, soprattutto appannaggio delle donne, cui la società richiedeva, insieme a certi comportamenti standardizzati e rigidi, un aspetto gradevole perché più facilmente potessero realizzare il traguardo sociale previsto per loro, il matrimonio. Dunque, da sempre le donne, in linea di massima, si sono date da fare per valorizzare la propria immagine fisica attraverso la cosmesi e l’abbigliamento ed è sempre stato un comportamento accettato ricorrere alle cure di parrucchieri, estetiste, truccatori e simili, oltre a curare il proprio abbigliamento, secondo la moda, i propri gusti e comunque in modo da valorizzare i pregi, ridimensionando i “difetti”.

Oggi le cose sono molto cambiate: l’emancipazione femminile diffusa ha dato sicurezza alle donne, moltiplicando gli ambiti di espressione femminile, non più legati solo alla funzione riproduttiva, ma aperti a interessi molteplici, culturali, lavorativi, e relativi a tutte le potenzialità di realizzazione umana; ovviamente ciò ha creato contraccolpi negli uomini, che, più insicuri e alla ricerca di un’identità messa in discussione dal tramonto della società patriarcale, spesso superano le donne nella ricerca di pratiche che migliorino il proprio aspetto: tanto più che la ricerca in questo campo ha fatto passi da gigante e i “rimedi”, in genere molto costosi, sono spesso più alla loro portata.
I metodi odierni sono più raffinati e, accanto a quelli molto invasivi (lifting, liposuzione ecc), ne esistono altri (filler, botulino ecc) che non si distaccano molto, nella percezione, dalle pratiche utilizzate dalle estetiste e, perciò, anche se avvengono in contesti sanitari, vengono vissuti come prosecuzione di semplici trattamenti estetici tradizionali.

Non mi soffermo sull’evidente positività di medicina e chirurgia estetica e ricostruttiva per ovviare a malformazioni o attutire gli effetti di incidenti o aggressioni, ma sottolineo che, sul piano psicologico, non ci sia niente di preoccupante se si cerca di migliorare la propria immagine esteriore, tanto più che la nostra società, in crisi evolutiva e piena di insicurezze, impone modelli esteticamente preordinati e fa fatica ad accettare chi esce fuori dai canoni più o meno condivisi.
È, perciò, comprensibile che, in presenza di uno specifico difetto molto evidente, che crea problemi di insicurezza e rovina l’estetica di una persona, questa possa affidarsi alla medicina e anche alla chirurgia estetica.
Ma, se la ricerca di una impossibile perfezione invade la nostra vita, spingendoci compulsivamente a sottoporci a interventi importanti e ripetuti, scatta il campanello d’allarme, perché è molto probabile ci siano problemi nell’accettazione di sé: alcune persone non si fermano mai e, dopo aver subito un intervento, insoddisfatte, pensano subito al successivo, senza riuscire a placare l’ansia e il disagio della loro vita, che non dipende certo dall’aspetto fisico, ma ha radici ben più profonde e riguarda una complessiva mancanza di accettazione di sé.

Questo meccanismo spesso induce alcuni adolescenti, impegnati, come è fisiologico, in maniera costante nella ricerca di una serena e positiva definizione della propria identità, a esasperare l’importanza di ipotetici difetti e a far ruotare la loro serenità intorno a possibili e pericolosi aggiustamenti: nei casi più gravi si arriva a una vera e propria patologia, che crea rischi non indifferenti.
Un discorso analogo, anche se non riguarda la medicina in senso stretto, è quello della moda, diffusa soprattutto tra i giovani, di ricorrere al tatuaggio come sistema di identificazione di sé e col gruppo dei pari, quasi un nuovo rito di iniziazione che li accompagna verso la vita adulta. Prescindendo dalla scelta dei tatuaggi, che non è mai casuale e qualche volta è imprudente (nomi che rimarranno per sempre, nonostante la breve durata della relazione), non c’è nulla di patologico nel fatto in sé. Ovviamente le cose cambiano quando tutto il corpo viene nascosto da una specie di involucro variopinto, destinato nel tempo a perdere tono, che si frappone tra il soggetto e l’interlocutore come una corazza difensiva che contiene, sia pure in maniera artificiale: certamente non si può generalizzare, ma, in questo caso è bisogna chiedersi se, dietro l’apparente valorizzazione del corpo non ci sia un rifiuto di esso.

Qualcosa di simile accade nella terza età, quando, in una situazione difficile più che nell’adolescenza, si assiste al decadimento del corpo, che muta lentamente ma inesorabilmente, preannunciando la fine della vita. Una volta ci si limitava a intensificare l’uso di belletti e di   pressoché inutili creme, oggi, che ciò è possibile, si ricorre a filling e botulino, sperando di fermare il passar del tempo e di riacquistare l’aspetto della gioventù, quando non ci si sottopone a lifting che alterano l’espressione e le proporzioni del volto. Anche in questo caso, non ha senso abbracciare posizioni rigide: se un miglioramento del proprio aspetto aiuta a fare i conti più dolcemente con l’accettazione delle leggi di vita, ben venga (ovviamente se se ne ha la possibilità economica) la ricerca di un “aiutino”, ma se serve a coltivare l’irrealistica aspettativa dell’eterna giovinezza, è evidente che bisogna fare i conti con un’esagerata paura di invecchiare e di morire: paura che è fisiologica se non ci impedisce, poi, di vivere. È un po’ ciò che accade per l’abbigliamento, che può rimanere moderatamente giovanile, ma, se si esagera, diventa ridicolo e imbruttisce.” –

 

Chi è la Dott.ssa Marisa Nigri

Nata a Napoli, dove tuttora risiede. Laureata in filosofia, insieme all’insegnamento, ha coltivato il suo interesse per la psicologia, frequentando vari corsi e una scuola riconosciuta di formazione alla psicoterapia. Divenuta psicologa e psicoterapeuta iscritta all’albo della regione Campania, lasciato l’insegnamento, ha intensificato questa attività nell’ambito corporeo-funzionale, come trainer individuale, di gruppo, come ricercatrice e come docente. Negli ultimi anni si sta dedicando alla rielaborazione e alla pubblicazione di vecchi scritti di carattere letterario che, tuttavia, mantengono l’impronta psicologica e possono essere considerati come divulgativi rispetto all’ambito che ha costituito il fulcro del suo interesse. Al momento, sono stati dati alle stampe “Tra psicoterapia e vita” (raccolta di racconti tenuti insieme dall’autobiografia e dal filo rosso della psicoterapia) e “Suggestioni di un intimo sound”, in cui i riferimenti al mondo delle discipline olistiche è un elemento fondamentale.

E’ possibile contattare la Dott.ssa Nigri scrivendo a: redazione@olisticnews.it

Tra psicoterapia e vita

Un vissuto osservato dall’interno, essendo lei stessa psicoterapeuta, posizione privilegiata per analizzare se stessa e il suo passato. Della difficile infanzia, racconta i propri disagi, ma anche quelli dei suoi genitori e degli altri familiari, visti con l’occhio più comprensivo di chi ora sa guardare più a fondo. Un matrimonio affettivamente intenso ma faticoso continua a mettere alla prova l’esistenza di Marisa, così come antichi rancori in famiglia, tra cui uno in particolare che culmina addirittura in un intervento chirurgico tanto invasivo quanto non necessario.
Rimasta vedova, con i figli ormai grandi, Marisa, finalmente, riesce forse ad instaurare un rapporto sereno con se stessa.

 

Suggestioni di un intimo sound

Sullo sfondo, per quasi tutto il libro, un paese ai margini di una città media del sud, sempre bella, ma provinciale e sonnacchiosa all’inizio, in forte evoluzione poi, che cambia se stessa così come la protagonista, Teresa. La vicenda inizia “in medias res” e si snoda in un sovrapporsi di piani temporali, in cui la dimensione retrospettiva, onirica e mnestica allo stesso tempo, si mescola al presente in uno stato di coscienza talvolta alterato; ciò consente alla protagonista, accompagnata nel suo percorso dalla storia del suo rapporto coi suoni e la musica, di procedere, nell’intrigo inestricabile di caso e destino, a un’inevitabile verifica che le permetterà di riappropriarsi delle proprie scelte di vita.

Gabriella Origano

Gabriella Origano

Direttore Editoriale di OlisticNews. Dopo la formazione come Graphic Designer lavora nel campo delle Digital Graphic Arts per importanti editoriali e aziende internazionali. Scopre la validità e l’efficacia delle discipline olistiche e si appassiona...