Marisa Nigri – 23 aprile 2020

Da poco più di una settimana, in Italia si ragiona di un’eventuale riapertura delle attività produttive, allentando le maglie del lockdown: per arrivare, piano piano, alla cosiddetta normalità, dopo l’allucinante esperienza che, a causa della pandemia da Covid 19, ha bloccato in casa tutti quelli che non si occupavano di attività di prima necessità.

A parte l’ansia legata alla molteplicità di opinioni di esperti e politici, contraddittorie e continuamente mutanti, sul fatto che l’Italia sia pronta a ritornare alle normali attività, ingigantita dalle lotte istituzionali e di bottega che neanche in questo periodo ci hanno risparmiato, l’improvvisa e, per molti aspetti inaspettata libertà, pur tanto agognata, ci fa paura: sia perché non siamo sicuri che non sia imprudente e che potrebbe riportarci alla casella di partenza (la regione che più preme perché più produttiva è anche quella che ancora adesso conta un numero eccessivo di contagiati e di decessi, senza tener conto che non tutti sono convinti che abbia ben gestito la crisi), sia perché ci costringe a un’ altra ristrutturazione di vita, di abitudini e di rapporti interpersonali. Per non parlare delle preoccupazioni di chi teme di aver perso, a causa del lockdown, il proprio lavoro e i sacrifici di una vita. Molti temono che sul piano psicologico, gli italiani, che, fino a ora hanno seguito con sufficiente scrupolo le indicazioni delle istituzioni, convinti con la riapertura che ormai tutto sia superato, potrebbero comportarsi come se niente fosse mai accaduto, creando non pochi problemi. Inoltre, Il lockdown ci aveva costretti a frenare la nostra necessità espansiva, che, però, non avevamo bisogno di controllare per la mancanza di occasioni di incontro. Ora, invece, saremo costretti a gestire una distanza  innaturale che, sola, può aiutarci a convivere con un nemico tutt’altro che debellato. Il problema si pone soprattutto per i bambini, naturalmente irruenti, che dovranno tener a freno la loro voglia di giocare a stretto contatto, bloccando la propria “aggressività” positiva in un’età fondamentale per la formazione di una personalità integrata. Per gli anziani (già colpiti dalla “rottamazione” (fortunatamente poco riuscita!), dalla messa in discussione delle loro competenze, dalla colpevolizzazione per il fatto di percepire una pensione, dalla difficoltà ad essere accettati in famiglia ma, piuttosto, scaricati nelle case di riposo in attesa della morte, dal Covid 19, che li ha presi particolarmente di mira), se dovesse passare l’idea di una riapertura per fasce d’età (per proteggere la loro fragilità! Come se l’avessero chiesto, non avessero purtroppo imparato o fossero i maggiori frequentatori di movida e apericena! Come se fossero loro gli “untori”, mentre, semmai, sono gli “unti”!) si potrebbe prospettare una lunga fase di “arresti domiciliari”, che metterebbe a dura prova la loro propensione alla depressione, privandoli anche della innocente passeggiata o della panchina al parco!

Insomma, c’è da temere che l’unico criterio (valido entro certi limiti) da seguire sia quello economico, come se, per alcuni, il danaro fosse l’unica e limitante ragione di vita, parte del loro DNA! Permangono, dunque, fantasie e paure di catastrofi, sostenute da una evoluzione della crisi che è andata aldilà delle più nere aspettative…

Non dobbiamo, poi, dimenticare che per molti questo è stato un periodo di terribili sofferenze, per i problemi di salute propria o di familiari e che, per parecchi, questi si sono conclusi con la morte, una morte solitaria e disumana che non ha nemmeno consentito la rielaborazione del distacco…

Dunque, la cifra della epidemia, prima, durante e dopo, è stata la solitudine, la sofferenza e, soprattutto, l’insicurezza, con cui è difficile convivere, anche se, in questo caso, saremo costretti a farlo.

Ma come riuscirci, senza dover pagare uno scotto troppo alto?

Giustamente ci si pone il problema della ricostruzione economica, ma non meno difficile sarà la ricostruzione psicologica dell’io frammentato e sottoposto a notevoli spinte quanto meno difficili.

Ovviamente, non tutti reagiscono allo stesso modo a stimoli analoghi: dipende dalla struttura della personalità, più o meno resiliente, dal momento preciso della propria evoluzione e della vita di relazione che si sta vivendo. Per alcuni, paradossalmente, questo momento di contatto con se stessi può aver rappresentato un’occasione di raccoglimento e di superamento di antiche problematiche, per altri la costrizione senza scampo in condizioni di vita affettiva sgradevoli o addirittura pericolose, per altri, magari con figli piccoli da seguire anche negli studi alternativi, un periodo estremamente stancante, per altri ancora un concentrato di noia e così via…

Così come per il mondo nel suo insieme anche per l’Italia, ritornare alla “normalità”, non è sic et simpliciter ritornare in tutto e per tutto alle vecchie abitudini (anche perché ciò non sarebbe possibile, perdurando regole molto precise), ma è molto difficile e tutto da inventare.

Tuttavia, se in questo periodo abbiamo scoperto qualcosa di positivo (contraendo un’abitudine nuova, facendo emergere una nuova passione o un’attività creativa fino a ora trascurata) non dobbiamo perdere l’occasione di introdurla nella nuova routine che si affaccia.

Per chi non ha avuto questa fortuna, è importante che non abbia fretta nel passare da una modalità di vita a un’altra e che si dia un tempo per creare una continuità rassicurante, non ansiogena. Bisognerà procedere piano piano, introducendo una delle vecchie attività alla volta, non senza essersi chiesti se è ancora valida e attuale. In questo periodo dovremmo aver imparato a fare le cose senza fretta e aver ridimensionato tante faccende che prima ci sembravano indispensabili o aver appreso nuove modalità di uso di tecnologie di comunicazione. In ogni caso, dovremo cercare di evitare di affastellare tante cose, come nella vecchia vita, conservandoci un tempo per gli affetti, per gli hobby, e, perché no, per l’ozio, che, non a caso, nell’antica Roma era sinonimo di cultura e studio.

Per quanto riguarda i bambini, potranno accettare volentieri l’eventuale mascherina, magari adattata ai loro gusti, e convincersi anche a rispettare il “distanziamento sociale”, se tutto gli verrà presentato, da genitori o educatori sereni, come un gioco, senza nascondere la verità, ma inserendola in un racconto intriso di paragoni fiabeschi e fantasiosi, da rielaborare, poi, in successivi disegni.

Non credo che i vecchi, i quali, nella loro lunga vita hanno affrontato tante brutte esperienze (in alcuni casi la guerra!) abbiano bisogno di particolari accorgimenti, se non che la società consenta loro di tornare alla vita di sempre e alle loro abitudini consolidate, che danno tanta sicurezza.

Quelli che hanno avuto il dolore di perdere persone care, dovrebbero cercare occasioni per elaborare il lutto, sia parlandone, sia attraverso gesti simbolici, come mettere in ordine e dare una destinazione alle cose loro appartenute, organizzare cerimonie, da soli o con gli altri, sia pure rispettando le distanze dovute, o, se se ne sente il bisogno, visitare la tomba e prendersene cura.

Ma se si dovesse riscontrare di non essere capaci da soli di uscire dalla sindrome post traumatica, non si deve esitare a chiedere aiuto: siamo esseri umani e non c’è niente di male ad aver bisogno dell’intervento di un professionista nell’ambito psicologico.

Dott.ssa Marisa Nigri

Marisa Nigri

Nata a Napoli, dove tuttora risiede. Laureata in filosofia, insieme all’insegnamento, ha coltivato il suo interesse per la psicologia, frequentando vari corsi e una scuola riconosciuta di formazione alla psicoterapia. Divenuta psicologa e...